Correvano i primi anni '60 ed ero una bambina. Ogni estate
festeggiavo per un mese la mia vita a casa della nonna paterna, una
splendida signora fiorentina, vedova di guerra e convolata in
seconde nozze col ragionier Carlo, Cavaliere della Repubblica e
reduce dai campi di prigionia in Africa. Nozze solo religiose,
perché la nonna non avrebbe rinunciato alla pensione di vedova di
guerra per nessuna cosa al mondo.
Firenze, 1960. Non so se per via di
quel nonno acquisito - mi fu spiegato subito che non era di
famiglia, ma che potevo volergli bene comunque - o per via del mio
nonno vero, prima medaglia d'oro nella guerra d'Albania, le pulizie
a casa della nonna le faceva l'attendente. Era un giovane militare,
educatissimo, che sopportava con infinita pazienza mia nonna, donna
che la vita aveva reso energica e che per sua natura era meticolosa
e pignola, al pari del nonno ragioniere.
L'attendente mi accudiva, quando la
nonna usciva a fare la spesa e il nonno lavorava nella sua stanza
con la calcolatrice a manovella, gettando un occhio sulla 'bambina'
che giocava con le meraviglie della 'scatola della nonna', una
cassetta di legno Cinzano in cui lasciavo di anno in anno i regali
che mi venivano fatti. Librini, giornalini, bamboline, sorprese del
Tide che la nonna raccoglieva nel tempo solo per me.
Spesso, a pranzo, mi portavano al
Circolo Ufficiali dove altri attendenti ci servivano, come fossimo
dei reali. La nonna m'insegnava a stare composta a tavola - perché
ero in un posto molto speciale - e gli attendenti mi trattavano da
donna adulta. O da principessina. Tutto era silenzio, piatti e
posate da ricchi, bicchieri scintillanti. Il non-nonno mi sgridava
per la mia endemica inappetenza, raccontando storie di fame in
prigionia, la nonna intercedeva solo a metà, ricordandomi la fame
che aveva fatto il mio papà durante la guerra, nei vari collegi.
Andavano tutti fieri dei due orfani a
dieci anni che si erano diplomati a Napoli alla Nunziatella. Di più
di mio padre, che s'era laureato lavorando e che stava facendo
carriera. La nonna lo esibiva come una bandiera davanti a ogni
generale o ufficiale che passava per salutarci. "Questa è la nostra
Franceschina, la figlia di Franco…" e sciorinava tutti i successi di
mio padre con gli occhi azzurro cielo che mandavano lampi
d'orgoglio.
Nonna era la vedette del Circolo:
altissima, biondissima - coi capelli a baschetto, di quel biondo
cenere che nessun parrucchiere può nemmeno lontanamente restituire -
vantava una quarta misura ed era nota negli ambienti come la Greta
Garbo di Firenze. Era la vedova di un eroe. Consolabilissima, dal
momento che mezza Firenze le aveva fatto la corte, e che lei, da
ragazzina, s'era ripromessa di non sposare mai un militare, tanto
più se meridionale. Mio nonno, appunto. Ragazzo del '99, ufficiale
di fanteria, calabrese.
Io somigliavo al nonno: scura scura,
con gli occhi marrone che brillano e i lineamenti irregolari. Alta e
magra come lui. Del mio vero nonno so solo che prima di partire
sfidò i suoi gemelli di dieci anni a shangai. Poi arrivò una
cartolina postale in cui li riprendeva per gli scarsi risultati
scolastici. Ma la predica arrivò a babbo morto, sul serio.
So che era innamoratissimo della
nonna, so che la nonna l'aveva cacciato dal talamo perché dopo ogni
campagna di guerra puzzava come una bestia ("E poi, c'aveva di
quelle pretese…!"). La nonna era una toscanaccia e non le mandava a
dire a nessuno, men che meno al marito. "E poi, Franceschina,
occhettuvoi, ci vuole più coraggio a mantenere una famiglia che a
morire da eroe" mi diceva. Aveva vietato ai figli di fare i balilla,
privandoli del moschetto. Poi li aveva lasciati alla Nunziatella,
per affrontare da sola la guerra.
Della Nunziatella mio padre ha sempre
parlato con immensa nostalgia. Entrato a tredici anni (a scuola era
andato un anno prima), uscito a diciotto, vi aveva trovato una
famiglia. Amici, padri ufficiali e professori, scuola e (poco) cibo.
Oltre a un vestito di cui andar fiero, una divisa che lo distingueva
nella fame di Napoli di quegli anni. E la gente dei bassi accoglieva
con gioia quei ragazzi affamati, ma distintissimi nella loro divisa.
Miseria e nobiltà. Lui e suo fratello gemello condividevano tutto,
anche l'allegria della gioventù.
Le puttane li accoglievano nei
casini, sebbene minorenni, per farli studiare al caldo. Fu lì che
mio padre e mio zio 'rubarono' la loro iniziazione (e con quella il
massimo rispetto per 'le signorine' che, gratis, li avevano
coccolati almeno un po', quasi fossero mamme). Era l'Italia del
dopoguerra. Un Paese che sgomitava per dimenticare e per
ricominciare.
Di tutto ciò m'è rimasto il ricordo
dei racconti di papà, la retina che il nonno ragioniere e cavaliere
metteva prima di andare a dormire per tenere fissi i capelli
impomatati, l'immagine della nonna regina tra attendenti e
ufficiali, gli interminabili pomeriggi al Circolo del Bridge allora
in Piazza San Lorenzo (di cui i nonni erano fondatori), e
soprattutto le lenzuola - che sapevano di lavanda - della nonna,
ricavate dai paracadute che le aveva regalato un ufficiale inglese.
Sembrava di dormire in una nuvola,
stretta alla nonna che odorava di pulito e tabacco. Mai più nulla di
così soffice, dolce, morbido. Accompagnata dalla voce roca per il
fumo - una voce d'altri tempi - di nonna che mi raccontava che
l'ufficiale, bellissimo, era arrivato a Firenze per liberare lei,
proprio lei, dalla guerra e dalla fame, scivolavo ogni notte nei
miei sonni più belli. Ero a casa, era la mia casa, è la mia casa,
ancora oggi. E papà rideva con lo zio dei miei racconti romantici.
"Ma che cavolo ha combinato la mamma quando eravamo alla
Nunziatella?"
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